Luigi Annibale Bergamini

Biografia / di PaoloTrioschi

Gli inizi, gli anni imolesi

La vita, come un giardino ha bisogno di cura, di attenzione, di affetto. Ma quanto di tutto questo è comparso nell'esistenza di Bergamini?

Poco probabilmente, ben poco. Ben poco e sin da quel lontano 20 novembre 1921, quando Luigi Annibale Bergamini nasce a Mezzano in una famiglia molto umile. La stessa che dopo essersi trasferita a Faenza per qualche anno, nel 1927 emigra in Brasile, a San Paolo per una breve e avvilente fuga dalla miseria che non cambia affatto la triste condizione di vita; tanto che il piccolo Annibale viene costretto a fare il lustrascarpe nella stazione ferroviaria della metropoli carioca.

Così, dopo soli tre anni, la famiglia rientra di nuovo a Mezzano con le stesse pene, la stessa povertà e con il morale ancor più basso.

Ma l'arte può aprire porte di accesso quasi magiche, benedire chi le sta vicino, aprire gli occhi fino all'intoccabile, farci risalire verso nuove realtà. Il ragazzino Annibale come tutti lo chiamano, dà voce al proprio animo ed inizia a disegnare. Intensamente, con dedizione assoluta. A Mezzano lo si vede spesso al tramonto sul fiume Lamone a dipingere il paesaggio anche in compagnia di altro giovane pittore locale: Giulio Ruffini. È questo il mondo nuovo, una nuova forma esistenziale, il nuovo varco lo vede iscriversi ai corsi di pittura dell'Accademia di Belle Arti di Ravenna.

Ma l'animo irriverente e ribelle lo spinge ben presto oltre il ristretto ambiente ravennate, con improvvisi soggiorni nelle città d'arte italiane e in particolare Venezia, punto d'approdo prediletto. Frequentazioni e viaggi alternati a bruschi ritorni, in un ambiente domestico sempre più intemperante al suo nuovo stile di vita. Sono i primi anni '40, anni di forte tormento per l'Italia intera e per Annibale, sempre più insofferente alle regole ed alle forme ordinarie del quotidiano; mentre la guerra irrompe nelle strade e nel suo animo sempre più lacerato. La lotta partigiana scuote le coscienze dei giovani patrioti ed anche Bergamini si avvicina alla causa, ma soprattutto per ritrarre scene di vita clandestina nei volti dei ribelli.

L'arte è sempre di più la sua fuga, il suo tentativo di risposta alla vita vera, che con i suoi drammi incalza prepotentemente. Il dolore si acuisce e dopo nuovi e più violenti litigi familiari nel 1948 viene ricoverato nella clinica psichiatrica a Imola. Il fatto è nascosto in oscuri e tempestosi episodi tra le mura dell'ambiente familiare. Verrà dimesso dalla struttura manicomiale "Villa dei Fiori" soltanto nel 1975, grazie ad un percorso sperimentale che anticipa la Legge 180, più nota come Legge Basaglia. Quasi trent'anni passati continuativamente in manicomio, dove però Bergamini non ha mai soffocato la propria vena artistica, continuando a dipingere nel piccolo atelier allestito in clinica: stavolta con ogni tecnica e su ogni superficie. I dipinti di questi anni imolesi sono tantissimi, di enorme interesse, anche per gli operatori sanitari che saggiamente lo supportano, agevolando il suo viaggio inarrestabile e assistono stupiti al successo che Bergamini riscuote nelle mostre collettive d'arte organizzate all'interno della struttura.


Maiano Monti e La Celletta:
dal 1975 all'arrivo della fata

Il periodo più fertile della sua straordinaria vicenda creativa è quello successivo al 1975, quando è ospite della comunità "La Celletta" a Maiano Monti, una piccola ex Scuola Elementare alle porte di Fusignano.

La produzione pittorica è impressionante e febbrile; per quantità, qualità e per la straordinaria forza creativa. Nulla avviene per caso e qui, accanto, c'è il sentimento dell'amicizia. Stralunata, un po' folle, ma sincera e forse unica. Con don Carlo Conti, Parroco nella chiesa "Madonna del Pilar" a Maiano; figura di enorme importanza nell'esistenza di Annibale. Due solitudini si sono incontrate e sarà questo parroco di campagna a tendergli la mano come nessuno prima, a sentire la potenza vitale ed espressiva di quel matto borbottante che parlava sempre da solo.

La comune passione per la pittura sacra apre al pittore le porte di una nuova e inattesa fiducia. La chiesa di Maiano è il luogo dove vengono realizzate sue grandi opere a carattere religioso. Rivisitate, rigenerate, ricomposte: sulle tracce di uno strepitoso catalogo esistenziale fatto di mistero e insondabile dolore, ma anche di un vivo immaginario popolare; di riviste femminili, di calendari illustrati, di cataloghi Vestro o Postal Market allora in gran voga. Ma anche e soprattutto di una accertata conoscenza della pittura sacra, rintracciabile in più e più schemi compositivi di grandi artisti come Raffaello o Perugino ad esempio. Qui tornano i segni, magicamente profondi delle giovanili visite ai musei ed agli studi all'Accademia ravennate. Tutto si trasforma ma nulla viene distrutto. Le opere, alcune delle quali oggi adornano la chiesa maianese, vengono realizzate quasi tutte di notte, spesso a lume di candela, per espressa volontà dell'artista e con la paziente presenza dell'illuminato don Carlo.

Lui, che ancora una volta si espone in maniera unica alle intemperie della Curia arcivescovile e di gran parte dei fedeli quando commissiona a Bergamini la decorazione del catino absidale, con l'incredibile raffigurazione del Cristo glorificato dagli angeli, autentico capolavoro visionario realizzato nell'anno 1978.

È un piccolo miracolo del cielo e degli uomini. Un'opera talmente stupefacente nella sua unicità che mi sono chiesto tante volte, non solo quale anima abbia potuto concepirla, ma quali gloriose forze possano permetterci ancora oggi la visione. Nel miracolo, ci stanno e con gratitudine somma tre uomini: don Carlo in primis; monsignor Antonio Savioli, autorevole riferimento per il patrimonio artistico della Curia e l'assessore comunale alla Cultura della Fusignano di allora, Antonio Valgimigli; loro hanno attenuato e spento con autorevolezza le vibranti polemiche scaturite alla scandalosa presentazione dell'opera .

Molti dei quadri che oggi vediamo in questa mostra sono stati creati proprio in questa stagione. Contengono qualcosa che si impone alla vista, anche se li si guarda con gli occhi della nostra inconscia conoscenza. Dopo devastanti afflizioni fisiche e spirituali, Annibale trova così salvezza nei propri dipinti e forse queste opere l'hanno in qualche modo accudito; si sono prese cura di lui e hanno accarezzato in qualche modo anche il suo destino.

Particolare non certo secondario in questa vicenda è la socialità fusignanese. Positiva, rilassata, accogliente. Bergamini è "accettato". La sua presenza nelle vie e per raggiungere i caffè del centro è quotidiana. In qualcuno di questi dipingerà anche alcuni murales oggi andati perduti. Con i gessetti, con le matite, con i pastelli a cera; sempre con quel che c'è. I suoi disegni e i suoi dipinti sono venduti; a poco prezzo certo, quasi mai regalati, tranne che per qualche eccezionale, maliziosa attenzione femminile. Mai grosse cifre d'accordo, ma utili a comprare i colori, le onnipresenti sigarette e per qualche fuga alla ricerca di affetto. Vederlo in bicicletta è cosa frequente, a Maiano, a Fusignano, ma anche più in là, talvolta parecchio più lontano; almeno fino al giorno in cui la bici gli verrà rubata. E allora a piedi, avanti, a girare ancora e ancora, a rincorrere i sogni nascosti e quel sentire incondizionato di uomo che cercava di ritrovarsi libero.

Il destino però, è ancora una volta in agguato. La morte dell'amico don Carlo è un evento traumatico e tremendamente doloroso. La tristezza vince, prende il sopravvento e nel 1990 Annibale viene trasferito presso la Casa di riposo di Fusignano. Ha ancora lo spazio e la possibilità di dipingere, ma non lo farà quasi più. è il principio della fine.

In un terribile pomeriggio d'estate del 1992 Luigi Annibale Bergamini subisce una brutale aggressione mentre cammina da solo sul ciglio della strada tra Mezzano e Alfonsine. I segni sono devastanti nel suo fisico già fortemente provato. Rialzarsi è impossibile: l'arrivo della fata, come lui stesso definiva la morte, giungerà soltanto dopo pochi mesi, in inverno, il 6 dicembre 1992.

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